L’analisi della Sport Mental Coach
La delusione per la mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali 2026 è un sentimento collettivo profondo, ma come mental coach preferisco osservare ciò che questa disfatta rivela sotto la superficie della prestazione tecnica. Non si tratta solo di una sconfitta sportiva, ma di un segnale che impone una riflessione sistemica, specialmente se confrontata con un’Italia dello sport che, in quasi ogni altra disciplina, sta vivendo un’età dell’oro senza precedenti.
Mentre il calcio si interroga, vediamo la cultura del lavoro di Jannik Sinner, la gestione magistrale del gruppo di Julio Velasco nella pallavolo, la crescita di Marco Bezzecchi su Aprilia e l’esplosione di Andrea Kimi Antonelli in Formula 1, la pioggia di medaglie nello sci e nell’atletica. Questi atleti e questi team ci insegnano che l’eccellenza non è un caso, ma il frutto di una programmazione metodica e della capacità di gestire lo stress ad altissime prestazioni.
Trovo riduttivo e ingiusto addossare la colpa esclusivamente ai giocatori o alla panchina. Quando un obiettivo così importante viene mancato per la terza volta consecutiva, il problema è nelle fondamenta. Lo sport è passione e gioia, ma è anche gestione dell’ansia e del sacrificio. La sola motivazione non basta se l’atleta non è messo in condizione di esprimersi. Leggevo che nel 2026 solo l’1,9 per cento dei minuti in Serie A è affidato a giocatori Under 21 italiani. Questo isolamento dei talenti, unito a un calendario saturo e a continui cambi di visione tecnica, crea un terreno fertile per l’insicurezza.
Dal punto di vista strettamente legato alla prestazione, la caduta contro la Bosnia ha evidenziato una fragilità emotiva acuta. La squadra è arrivata a questo appuntamenti con un carico di aspettative e un peso del passato tali da generare interferenze emotive paralizzanti. È il tipico cortocircuito in cui la paura di perdere soffoca il desiderio di vincere, trasformando il dominio del campo in un possesso palla sterile.
Nella mia esperienza ho avuto modo di riscontrare sul campo come nel giorno della Gara, o nel momento clou dell’intera stagione, le emozioni possano condizionare la prestazione, vanificando mesi e mesi di lavoro. Perché, nello sport come nella vita, sono le emozioni a guidare le nostre scelte e ad orientarci verso il risultato. Ansie, paure, pressioni e quant’altro abbia a che fare con la sfera emotiva dell’atleta può produrre un corto circuito emozionale che genera malessere ed inceppa le catene psicomotorie e gli automatismi così ben allenati. Ci sono ragione neurofisiologiche che lo giustificano.
Dobbiamo iniziare a parlare di Warm Cognition, ovvero della consapevolezza che le emozioni sono alla base di ogni processo di apprendimento e decisione. Per tale ragione i giovani talenti, già nei vivai, devono essere accompagnati e incanalati verso un processo di sviluppo fisico e tecnico ma anche di crescita emozionale. In questa fase è di fondamentale importanza la gestione dell’errore. Se un giovane talento cresce in un ecosistema dove l’errore è vissuto come una sentenza e non come parte del processo, il suo cervello registrerà tracce di ansia che riemergeranno nei momenti critici della carriera, ad esempio ostacolando la realizzazione di un rigore decisivo. Il buon allenatore deve insegnare la tecnica, ma deve anche nutrire il coraggio e il dialogo interiore positivo dei propri atleti.
Purtroppo, devo registrare che le recenti dichiarazioni istituzionali che hanno descritto il calcio come l’unica spina dorsale dello sport italiano, sminuendo indirettamente le altre discipline, rappresentano un errore di prospettiva pericoloso. Lo sport non si misura solo in gettito fiscale o diritti tv, ma nella capacità di generare valori e modelli di eccellenza. Anzi, va dato merito a quegli atleti che si allenano lontano dai riflettori, che emigrano per trovare strutture adeguate o che vincono mondiali pur sapendo che a loro verrà dedicato solo un trafiletto dei giornali; essi sono la dimostrazione che il successo non è mai un caso, ma il risultato di una programmazione mentale e tecnica ferrea. Il calcio ha bisogno di questa umiltà e di questa cultura dell’allenamento per trasformare finalmente la pressione in energia.
La vera sfida non è cambiare un modulo tattico, ma trasformare la cultura sportiva di un intero sistema. Dobbiamo proteggere i nostri giovani talenti e dare loro il tempo di maturare, offrendo strumenti per gestire il dialogo interiore e le aspettative.



